Questo progetto nasce come tesi di laurea, ma è stato per me molto più di un lavoro accademico: è stata un’occasione per ripensare il ruolo dell’architettura nei territori dimenticati, e restituire voce a un luogo che, pur marginale, custodisce una forte identità.
Il laboratorio teatrale sperimentale che ho immaginato si inserisce nel Borgo Giuliano, in provincia di Messina — uno dei tanti borghi italiani nati negli anni ’30 e ’40 del Novecento, pensati come nuclei rurali autosufficienti. Oggi molti di questi luoghi risultano dimenticati, non tanto per mancanza di valore, quanto per la loro inaccessibilità fisica e infrastrutturale, che li ha progressivamente isolati.
Il progetto parte quindi da due esigenze:
- Riconoscere un percorso interno italiano, spesso ignorato dalla narrazione ufficiale dell’architettura, ma carico di memoria e significato;
- Ricollocare storicamente questi borghi come elementi attivi del paesaggio e non come frammenti statici o nostalgici.
L’intervento architettonico immagina la creazione di un laboratorio teatrale sperimentale: uno spazio vivo, pensato per ospitare artisti, performer, ricercatori che vogliano abitare il borgo temporaneamente, trovare un luogo per lavorare, creare, esibirsi.
Il progetto nasce dal dialogo tra preesistenza e nuova architettura: parte da ciò che c’è, da ciò che resiste, ma si completa con ciò che manca agli artisti per esprimersi — uno spazio teatrale.
La nuova struttura si inserisce così come presenza necessaria, non per cancellare il passato, ma per affermare una continuità possibile: l’idea che il nuovo possa valorizzare l’antico, e che il contemporaneo possa essere radicato nella tradizione senza esserne prigioniero.
Questo progetto, in fondo, è anche un gesto di ricucitura: un tentativo di rammendare quel tessuto scucito fatto di piccoli borghi, di storie locali, di percorsi culturali interrotti.
Un’architettura pensata non solo per essere costruita, ma per riattivare luoghi, persone, possibilità.









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